
La scoperta ufficiale del Brasile avvenne nell’aprile del 1500: la nave dell'ammiraglio Pedro Alvares de Cabral salpò da Belém in Portogallo nei primi giorni di marzo e approdò un mese e mezzo dopo sulle coste brasiliane dello Stato di Bahia, secondo la data ufficiale del 22 aprile 1500. Avvistando già da lontano il Monte Pascoal (chiamato così dai portoghesi che lo scorsero per la prima volta proprio nel giorno di Pasqua) e credendo inizialmente fosse un’isola , giunsero finalmente laddove oggi si trova la cittadina di Porto Seguro. Tutte i dettagli di questo storico approdo furono registrati nella famosa Carta do Descobrimento (Lettera) redatta da Pero Vaz de Caminha, lo scrivano che stese la relazione per re Don Manuel, in cui, con termini appassionati, elogiava le bellezze del luogo.
Caminha, nel suo resoconto, fu soprattutto colpito dalla buona disponibilità degli indigeni, dalla semplicità dei costumi, dall'assenza di gerarchie, dal loro carattere sincero e giocoso, dalla robusta salute dei corpi. «La loro innocenza è tale - ripete continuamente- che quella di Adamo non sarebbe maggiore».
Si stima che gli indigeni che popolavano il Brasile prima del XVI secolo fossero più di 5 milioni, distinti in circa 2000 nazioni e tribù. Vivevano una vita semi-nomade e la maggior parte di essi era localizzata lungo le coste e gli argini dei fiumi.

Le buone relazioni tra i nativi e i visitatori ebbero vita breve. Ben presto iniziarono i massacri per il controllo delle terre e si diffusero le malattie come vaiolo, morbillo, influenza, a cui gli indigeni non erano abituati. Le discriminazioni erano enormi e solo i gesuiti, anche se con lo scopo di convertirli al cattolicesimo, si dedicarono ai nativi (una bolla pontificia dichiarava che gli indios erano esseri umani e dovevano essere trattati come tali). Alcuni gruppi di gesuiti cominciarono a studiare le lingue e le culture aborigene e fondarono insediamenti in cui abitavano coloni e indios che parlavano una sola lingua comune (língua geral). Iniziarono a crearsi anche villaggi abitati da soli nativi “civilizzati”, convertiti alla religione cattolica, denominati missioni o riduzioni. Quando nella seconda metà del 1700, per un complesso intrigo diplomatico tra Portogallo, Spagna e Vaticano, i gesuiti furono espulsi dal Brasile, le missioni furono confiscate e vendute.
Fino al XX secolo i rapporti tra coloni e indigeni furono molto complicati. Solo dal 1900 il governo brasiliano cominciò ad adottare una politica più umanitaria, offrendo protezione ufficiale alle popolazioni indios. In questo periodo un personaggio significativo e di fondamentale svolta fu Cândido Rondon, uomo di origine miste portoghesi e Bororo, esploratore ed ufficiale nell’esercito brasiliano. Incaricato di portare le comunicazioni via telegrafo nella regione amazzonica, contribuì a fondare nel 1910 il Serviço de Proteçao aos Índios (SPI), la prima istituzione mirata a proteggere gli indigeni e a preservare la loro cultura. Per il Brasile Rondon è un eroe nazionale e lo stato di Rondonia (nella parte nord occidentale del Paese) ne prende il nome. Con la morte di Rondon nel 1956, il SPI subì un declino. Alla fine degli anni Settanta il regime militare brasiliano lo sostituì con il FUNAI, Fondaçao Nacional do Índio. Oggi, come organo ufficiale di governo, ha il suo quartiere generale a Brasilia e dipende direttamente dal Ministero di Giustizia. Si occupa della gestione dei rapporti tra gli indios e le leggi governative disposte a loro favore, come la demarcazione territoriale di riserve e la difesa dei principali diritti umani.

Si calcola che oggi in Brasile vivano 400 mila indigeni, che parlano 170 lingue diverse.
A Porto Seguro è stata fondata la Reserva da Jaqueira, per preservare la cultura di una di quelle 215 tribù che ancora oggi resistono: i Pataxò. La prima descrizione che si ha di questa tribù con tale nome risale al 1850 ad opera del viaggiatore austriaco Maximiliano Wied Neuwied, riferendosi alla zone presso il Monte Arará (Monte Pascoal). Dopo numerose vicissitudini, nel maggio del 1997 Coroa Vermelha fu delimitata e nominata Terra Indigena. A questo punto, con un luogo ben definito, cominciò l’importante fase di recupero della propria identità e cultura.
Secondo la cultura indigena, proprio come sosteneva Carminha nella sua Carta, non esistono classi sociali, non esiste la proprietà privata sulla terra e solo gli utensili per cacciare sono di proprietà personale. Nella cultura degli indios ci sono due figure di riferimento: il pajé (lo sciamano) e il cacique (il capo). Il pajé è il sacerdote della tribù, conosce tutti i rituali ed entra in contatto con le divinità. E’ anche guaritore ed è conoscitore di tutte le piante medicinali. La vita religiosa si basa sulla credenza nelle forze della natura e sul culto degli antenati. Il cacique è importante nella vita tribale ed ha il compito di organizzare la vita del villaggio.
La visita all’interno della Reserva è esemplare nel proporre un tipo di turismo ecologico, dove grazie alla conoscenza di questi popoli, si impara ad aver rispetto della terra e della natura. La preservazione della mata atlantica, primordiale dimora di questo popolo, è alla base di qualsiasi comportamento. Seguendo le guide indigene è possibile scoprire le piante rare di questo meraviglioso mondo come il jacarandá e il pau-brasil, le piante medicinali ed entrare in contatto con la parte più spirituale dei Pataxo, attraverso, per esempio, la loro danza tradizionale, la AUÊ, per cui indossano abiti particolari e si tingono il viso e il corpo. Nella riserva hanno fedelmente riabbracciato le loro radici ed è possibile ritrovare le abitazioni tradizionali come il kijemes, le case arrotondate coi tetti di paglia, così come gli oggetti che erano il corredo della loro vita quotidiana anche prima dell’arrivo dei portoghesi.